lunedì 22 febbraio 2010

La gestione del capo nelle PA (a cura di Flora Ventura, Project Outdoor Education)

Quale significato ha nella Pubblica Amministrazione il termine “gestione” dei collaboratori? Chi è chiamato a dirigere e come dirigere? Dalle numerose ricerche in campo organizzativo è ormai assodato che le competenze gestionali o manageriali sono molte e mutevoli a seconda del contesto di riferimento. Sebbene il novero sia molto ampio la capacità di gestire i collaboratori è sempre presente tra le competenze richieste. Gestire i collaboratori è una funzione non semplice da eseguire poiché richiede l’utilizzo e lo sviluppo di diverse competenze (ascolto, capacità di mediazione, di negoziazione, capacità di motivare, di gestire le criticità etc.). C’è una vasta letteratura a riguardo e l’offerta formativa in merito è ampia e variegata. Tuttavia, c’è un aspetto che fino ad oggi non è stato preso in considerazione ma che è di grande importanza strategica. Fino ad ora la relazione capo- collaboratore sembra avere una direzione ben precisa: capo à collaboratore. La gestione sembra essere totalmente una responsabilità del primo, il lato lasciato in ombra è quello del collaboratore, non tanto nelle sue possibili reazioni allo stile di gestione del capo, ma riguardo alle possibilità di gestione da parte del collaboratore.
Il rapporto con il proprio superiore o il proprio responsabile è certamente importante, a volte discriminante, per una vita lavorativa soddisfacente; eppure questo aspetto sembra essere lasciato totalmente al caso. Non si può scegliere il proprio capo e, sebbene si possa disporre di mansioni, responsabilità e compiti ben definiti sembra che la relazione con il superiore sia qualcosa che non si possa assolutamente gestire o pianificare, sebbene sia una parte fondamentale della vita lavorativa. In questa direzione sembra che il raggio d’ azione del collaboratore sia interrotto; il rapporto con il proprio capo diventa qualcosa di predefinito, di esterno, fondamentalmente un qualcosa su cui non si ha possibilità di influenza.
Se si pensa invece alla relazione capo-collaboratore come ad un progetto comune la prospettiva stessa del raggio d’azione del collaboratore cambia.
Capo à relazioneß Collaboratore
All’interno della relazione ci sono le responsabilità, le mansioni e gli obiettivi comuni e individuali.
Cambiare prospettiva rispetto alla relazione con il superiore non è sempre cosa immediata. Implica un lavoro su se stessi, il comprendere quali potenzialità sono bloccate da una relazione non soddisfacente, l’aprirsi ad una comprensione più profonda, capire e valutare i propri obiettivi lavorativi e non solo. Un altro dato certo proveniente dagli studi sulle organizzazioni è che avere alcuni manager illuminati non è sufficiente; tenendo conto del fatto che un capo ha a sua volta un capo, che molto spesso ha almeno un altro capo, si comprende quanto delicato sia l’argomento e quanto potenziale possa racchiudere una riflessione su questo tema.
Non tenere conto della possibilità di gestire il proprio capo e quindi, in caso di situazioni problematiche, adattarsi passivamente ad una situazione che sembra insormontabile porta ad un malessere che è in primo luogo della persona ma ha evidenti ricadute anche sull’organizzazione, specie se si tratta di Pubbliche Amministrazioni: organizzazioni complesse in cui il risultato del lavoro del singolo di rado è immediatamente quantificabile. Da qui un evitabile calo della motivazione.
Ci siamo mai chiesti comunichiamo con il nostro capo? Quale è il nostro rapporto con l’autorità? Abbiamo fatto tutto il possibile per avere una buona relazione con il capo? Ma soprattutto: siamo veramente consapevoli di ciò che ci è possibile fare?
In un mondo che tende a dare ricette a volte è illuminante cominciare col porsi delle domande.

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